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Auditorium, emozionante performance del pianista cinese Lang Lang. Pappano alla direzione dell’orchestra Accademia S.Cecilia

Auditorium, emozionante performance del pianista cinese Lang Lang. Pappano alla direzione dell’orchestra Accademia S.Cecilia

(di Sergio Prodigo) Un grande direttore (Antonio Pappano), un grande solista (Lang Lang) e una grande orchestra (quella dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), ossia la perfetta simbiosi di uno straordinario evento culturale, concretatosi nell’esecuzione del Concerto n. 3 in do maggiore op. 26 di Sergej Prokof’ev, già nella prima delle tre manifestazioni programmate (sabato 1° marzo, lunedì 3 con trasmissione diretta su Radio 3 e martedì 4 con differita su Rai 5) all’Auditorium del Parco della Musica: in apertura, tuttavia, è stata proposta una rara pagina sinfonica di Giacomo Meyerbeer, celebrato compositore tedesco del grand-opéra francese, l’Ouverture dalla Dinorah (ou Le Pardon de Ploërmel, o il pellegrinaggio a Ploërmel), riesumata per rammentare il centocinquantesimo anniversario della morte dell’autore di Les Huguenots, Robert le Diable e L’Africaine.
Indubbiamente felici e di notevole impatto fantasmagorico si sono rivelate tale scelta e tale proposizione introduttiva, poiché l’indole creativa del compositore tedesco (ma francese nel contesto letterario) era connessa e associata proprio a quella tipologia di musica-spettacolo, che interpretava i gusti di un’epoca e, nel contempo, i desideri d’evasione e le aspirazioni d’una grandeur mai sopita. Spettacolari, quindi, si sono palesati l’apparato musicale, i facili tematismi, gli echi di motivi già intesi (spesso legati a Weber), le “esplosioni” e le fanfare timbriche dispensate a iosa, ma anche i quattro interventi (fuori scena) di un coro che – quasi a contrasto – intonava un tenue canto mariano. Magistrale s’è manifestata l’esecuzione di una pagina pur datata (una “prima” nei concerti ceciliani), sia nello spirito evocativo, stilisticamente ineccepibile, sia nella materialità del suono, espressi dal direttore e dalla compagine orchestrale con assoluta perfezione tecnica.
Di seguito l’alto accadimento artistico in precedenza citato: raramente s’assiste – nell’interpretazione di un brano “storico” per pianoforte e orchestra – ad un agone o ad un cimento fra visioni dicotomiche e complementari che ne rispecchino a fondo la dialettica interna. Due diverse rappresentazioni estetiche hanno così esaltato l’oggettiva magnificenza del Concerto di Prokof’ev, restituendolo a quella sua originaria concezione che unificava e assemblava tradizione e modernità, ossia coniugava gli schemi formali con il dinamismo tematismo e le più ardite “invenzioni” armoniche. Erano le innovazioni stilistiche e contenutistiche del giovane (allora) compositore russo (ancora scevro dai quei legami con quell’ufficialità culturale di regime che ne avrebbe condizionato la pur cospicua e valida produzione, dagli anni trenta agli anni cinquanta dello scorso secolo), dispiegate in gran copia nei tre movimenti: certamente in quello iniziale (Andante. Allegro), fortemente illustrato da incisive componenti scalari e dall’alternanza di due difformi espressioni tematiche, e nel finale (Allegro ma non troppo), ricco di arditezze d’ogni genere e di allusioni toccatistiche, ma soprattutto nel tempo centrale (Andantino), per la meditata dilatazione formale del tema con variazioni, inteso come un processo creativo in costante divenire.
Ogni possibile difficoltà tecnica a livelli di alto virtuosismo è presente nel Concerto: quel che Lang Lang ha espresso nell’atto puramente esecutivo va oltre ogni verosimile commento, a meno di non dover (appunto) commentare la perfezione stessa. Eppure, di là da tale ambito, spesso appannaggio di maiuscoli funamboli, è emerso il suono, ovvero la celata natura di uno strumento dalle infinite timbricità, poiché il pianista cinese ha interpretato la dimensione motivica e le intricate e macchinose strutture accordali della complessa partitura quasi con volontà demiurgica, ordinando la materia musicale paritariamente con razionalità e sentimento; similmente – ma nell’ampia dimensione orchestrale – Pappano ne ha forgiato e plasmato caratteri e peculiarità, secondo la sua lucida esegesi, e quell’accennata dialettica s’è risolta in una memorabile e irripetibile performance.
Non altrimenti si spiegherebbe il plauso incondizionato e passionale, tributato a lungo da un pubblico entusiasta, che gremiva l’Auditorium in ogni ordine di posti: un vero trionfo, specie per un pianista che, a livello internazionale, rappresenta non solo un’icona del mondo musicale contemporaneo, ma anche e soprattutto un esempio da imitare se – come si è letto nelle note di sala – ben quaranta milioni di giovani cinesi hanno grazie a lui intrapreso lo studio del pianoforte (è come se nel nostro paese, in proporzione, fossero in tre milioni a dedicarsi a tale studio, ossia pura utopia!).
Nella seconda parte in programma l’esecuzione della Sinfonia n. 3 in do minore op. 78 di Camille Saint-Saëns, il longevo e prolifico compositore tardoromantico francese, noto ai più per il negletto Carnaval des animaux, per la Danse macabre e per l’opera Samson et Dalila: composto negli anni 1885-86 e dedicato alla memoria di Liszt (scomparso due mesi dopo la prima esecuzione, avvenuta nel maggio dell’86 a Londra), il lavoro sinfonico si articola in due soli (ma lunghi e articolati) movimenti (Adagio-Allegro moderato-Poco Adagio; Allegro moderato-Presto-Maestoso-Più allegro-Molto allegro) e molto deve al compositore ungherese per l’insita struttura ciclica, per l’enfasi tematica, per l’ancestrale citazione (l’immancabile Dies irae) e per l’elaborazione orchestrale. Proprio in tale contesto, l’inserimento dell’organo e del pianoforte (anche a quattro mani) tende ad arricchirne le potenzialità timbriche, ma spesso i vari tematismi, pur alternati, non si rivelano particolarmente pregnanti o espressivi, a parte – forse – quanto costituisce il nucleo del finale fugato che, inevitabilmente, conduce alla terminale e barocca apoteosi. Tuttavia, l’interpretazione di Antonio Pappano e dell’Orchestra di Santa Cecilia ha pienamente reso lo spirito di quel sinfonismo, attraverso una coerente lettura dei contenuti più reconditi e la perfetta contestualizzazione a livello tecnico-espressivo del medesimo linguaggio musicale.