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Accademia di S.Cecilia, magistrale performance del soprano Diana Damrau per la direzione di Sir Pappano

Accademia di S.Cecilia, magistrale performance del soprano Diana Damrau per la direzione di Sir Pappano
Di Sergio Prodigo

In un particolare, complesso, contraddittorio e non felice momento del contesto musicale romano un potente squarcio di luce e di speranza si è concretato lunedì 6 ottobre nella fastosa e festosa cornice dell’Auditorium del Parco della Musica: protagonisti il coro e l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, diretti da Sir Antonio Pappano con la partecipazione del grande soprano Diana Damrau.

Diana Damrau

Prima del concerto straordinario, dedicato a “Meyerbeer e il suo tempo” (in occasione del 150° anniversario della sua morte), i commossi accenti di Bruno Cagli, presidente dell’Accademia, hanno ricordato la figura e l’opera del grande violinista Angelo Stefanato, recentemente scomparso, per venticinque anni “spalla” prestigiosa dell’orchestra ceciliana. Di seguito, Pappano, ha rivolto espressioni di solidarietà e di vicinanza ai 180 artisti del coro e professori d’orchestra licenziati “ex abrupto” dal C.d.A. del Teatro dell’Opera di Roma: parole coinvolgenti e commenti autorevoli di un grande della cultura musicale internazionale, da dieci anni incommensurabile guida e mentore dell’orchestra di Santa Cecilia, ormai assurta anche per suo merito ai massimi vertici europei e mondiali, nonostante operi in una sciagurata capitale di uno sciagurato paese, da troppo tempo dimentichi di una secolare e altissima tradizione e di un nobile retaggio artistico.
Certamente, nello specifico della triste e desolante vicenda menzionata, condividere l’indignazione che tutto il mondo musicale italiano sta esprimendo e palesando in varie forme sarebbe il minimo, pur se taluni commenti di una stampa, poco informata sulle problematiche e sulle articolazioni delle strutture orchestrali, sembrano quasi voler giustificare, se non condividere, un operato “capitolino” di estrema gravità e di sotteso autoritarismo. L’intento medesimo di tendere a risanare le voragini di bilancio di un ente lirico, eliminando semplicemente cori e orchestre, appare privo di ogni possibile logica, a fronte di sperperi continuati e di scelte artistiche e manageriali forse imputabili ad altre figure professionali. Pletorici apparati amministrativi, allestimenti faraonici, anacronistici cachet di cantanti, consulenze varie e quant’altro sia riconducibile ai contenuti programmatici delle diverse stagioni liriche del recente passato hanno indubbiamente determinato l’attuale critica situazione economica degli enti preposti: pensare di “risolvere” tali problematiche eliminando le uniche categorie di professionisti, assunti dopo ardue e internazionali selezioni concorsuali, potrebbe apparire come una gratuita demagogia che non celerebbe intenti “punitivi” e, nel contempo, tralascerebbe di individuare le effettive responsabilità del dissesto.
Di là da tali considerazioni, resta l’aberrante prospettiva di poter “conservare” – grazie anche all’operato dei suoi amministratori, alle scelte programmatiche e alla direzione artistica – una sola istituzione sinfonica, quella ceciliana, nel retorico ambito di “Roma capitale”: rammentiamo che nei decenni passati erano almeno quattro le compagini orchestrali romane! Di contro, nelle altre capitali europee operano decine di orchestre di altissimo livello: presto, comunque, potranno giovarsi anche dei migliori strumentisti italiani, negletti dalla nostra politica culturale!
E, del resto, il pubblico romano è accorso in gran massa all’evento di lunedì sera (trasmesso, tra l’altro, anche in diretta streaming), ben consapevole della sua eccezionalità e, forse, delle difficili vicissitudini rappresentate, che lo stesso Pappano – come già evidenziato – ha esternato con logica e coerente determinazione. Di conseguenza, l’attenzione e l’interesse sono andati ben oltre i pur notevoli contenuti estetici di un avvincente programma, in gran parte dedicato a musiche di Meyerbeer.

Locandina

Il brano d’apertura, tuttavia, doveva introdurci in quel contesto storico, ossia in quel fertile terreno musicale rossiniano che gettò le basi (estetiche e formali) per il successivo avvento del “Grand Opéra”: la “Sinfonia” dalla “Semiramide”, l’ultima delle opere “italiane” del compositore pesarese, che rappresenta la massima perfezione strutturale del suo linguaggio musicale. Ebbene, pur se tante volte inteso tale capolavoro, la sua esecuzione è apparsa incomparabilmente diversa, di là dalla perfezione tecnica esibita dall’intera compagine: è sembrato quasi che l’anima dell’orchestra o, meglio, l’animus dei musicisti si disvelasse in ben altra dimensione, mettendo a nudo la sensibilità e l’emozione che appartengono all’essenza vera della musica, alla sua capacità di comunicare idee e sentimenti. Una simile interpretazione, frutto della fusione fra gli intendimenti del direttore e le pulsioni degli strumentisti, ha quasi rappresentato un ideale manifesto dell’autocoscienza musicale, ossia del ruolo e della funzione che l’essere musicisti può e deve significare nella complessa contemporaneità sociale.
Di seguito, la tensione s’è mutata nella pura gioia del gioco musicale: allora, le arie “D’una madre disperata… Deh! Mira l’angelo… Con qual gioia le catene” da “Il Crociato in Egitto” di Meyerbeer hanno palesato le straordinarie qualità vocali e l’assoluta e perfetta tecnica vocale di Diana Damrau, giustamente indicata (come si legge nel suo prestigioso curriculum) dal New York Sun come “il più grande soprano di coloratura del mondo”. Ben lo si è compreso anche nella celebre cavatina “Robert, toi que j’aime”, tratta dal IV atto di “Robert le diable”, considerato forse il capolavoro del compositore berlinese e intriso dello spirito del già citato “Grand Opéra”: la strepitosa interpretazione del soprano tedesco ha letteralmente incantato lo straripante pubblico, che le ha riservato ovazioni e acclamazioni interminabili.
La prima parte del concerto ha riservato, tuttavia, anche altre emozioni e suggestioni: splendida l’esecuzione dell’Ouverture dal “Benvenuto Cellini” di Berlioz, una imponente pagina sinfonica di solida costruzione formale e doviziosa di virtuosismi orchestrali, e magistrale l’interpretazione di un lavoro giovanile di Wagner, l’Ouverture da “Das Liebesverbot”, poco “wagneriano” nei contenuti ma forse presago di futuri intenti compositivi.
Pertanto, Rossini, Berlioz e Wagner per meglio descrivere o circoscrivere l’ambitus storico-estetico, pur difforme, del tempo di Meyerbeer, a suggello di una felice intuizione programmatica: di contro, nella seconda parte solo brani dalle opere meyerbeeriane più conosciute, la “Dinorah” (“ou Le pardon de Ploërmel”), “L’Africaine” e “Les Huguenots”.
Se le arie “Ombre légère” (dalla “Dinorah”) e “O beau pays de la Touraine” (da “Les Huguenots”) hanno letteralmente soggiogato gli astanti per l’inenarrabile bravura della Damrau, la “Marcia indiana” (da “L’Africaine”) e l’Ouverture (sempre dalla “Dinorah”) hanno vieppiù evidenziato la perfezione esecutiva collettiva e le individuali doti tecniche della nostra orchestra, vero e superstite patrimonio artistico – va ribadito ancora una volta – della realtà musicale romana, e la ineguagliabile bravura del coro dell’Accademia, sempre magnificamente preparato da Ciro Visco (eccellenti anche la performance di tre artisti del coro, Sara Fiorentini, Antonella Capurso e Bruna Tredicine, nella citata aria de “Les Huguenots”).
Naturalmente l’interpretazione che Pappano ha inteso dare ad un repertorio forse da riscoprire nelle giuste dimensioni estetiche, fortemente legate e connesse ad un’epoca datata e circoscritta nel suo significante letterario, ha donato al contesto stesso del concerto un’aura di magica compenetrazione e di intensa emotività. Il debordante entusiasmo manifestato dal pubblico, unitamente alle reiterate chiamate sul proscenio dei due protagonisti, ne hanno costituito una valida riprova.
Infine, l’attesa per il concerto inaugurale della stagione sinfonica 2014-2015 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: sarà ancora Sir Pappano a dirigere, sabato 25 ottobre, il coro e l’orchestra con la partecipazione del grande pianista Evgeny Kissin (in programma musiche di Musorgskij, Rachmaninov e Richard Strauss).