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Parco della Musica, emozionante performance mozartiana con il “grande” pianista Radu Lupu e l’Orchestra dell’Accademia Santa Cecilia

Parco della Musica, emozionante performance mozartiana con il “grande” pianista Radu Lupu e l’Orchestra dell’Accademia Santa  Cecilia

Di SERGIO PRODIGO
Il concerto di sabato 12 dicembre (con repliche il 14 e il 15) all’Auditorium del Parco della Musica ha donato al pubblico ceciliano l’intensa e rara emozione di una sofferta, meditata, inestinguibile e inesausta rappresentazione mozartiana: nella prima parte di un programma bitematico (il Classicismo del Salisburghese e il Tardoromantici-smo di Bruckner) un “grande” del pianismo internazionale, Radu Lupu, accompagnato dall’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, diretta da Fabio Luisi, ha interpre-tato e configurato intimamente il “Concerto n. 21” in do maggiore K. 467, forgiando-lo e conformandolo alla sua sensibilità, alla leggerezza del suo tocco e alla raffinatez-za del suo fraseggio.

Mozart lo compose nel marzo del 1785, appena un mese dopo la genesi del più corposo e patetico “Concerto” in re minore K. 466, fortemente tratteggiato di premonizioni romantiche, riacquisendo la levità espressiva e il brioso nitore di tematismi immediati e ampiamente stilizzati. La dicotomia compositiva s’avverte fortemente, quasi i due “Concerti” tendano a rappresentare e significare difformi tracce interiori e divergenti percorsi esteriori: il rapporto dialettico fra lo strumento solista e l’orchestra dall’ambito e dall’intendimento del contrasto e della contrapposizione anche modulare si muta e, in certo qual senso, s’evolve verso la fusione e la condivisione degli elementi tematici essenziali. Già nel primo movimento del K. 467 (“Allegro maesto-so”) la doppia esposizione non assume toni appunto contrastivi, quasi il pianoforte compia e concreti un graduale amalgama con l’insieme strumentale, pur nella comune enunciazione di due tematismi in forte ma non discorde contesa: una sottesa ma non calcata marzialità da un lato e, dall’altro, una melanconica levità, ossia elementi virtuali che agevolano la dovizia di uno sviluppo che, tuttavia, molto concede agli abituali ma non tracimanti moduli virtuosistici del pianoforte.

Conseguente, seppur mirabile, la magica epifania di uno dei tempi lenti più noti e celebrati di Mozart: l’“Andante” s’avvale d’una suadente ritmicità a terzine, inizialmente espressa dagli archi in sordina, d’una strumentazione soffusa e, soprattutto, d’un tema divino, elegiaco, irripetibile e al di fuori del tempo reale. Il movimento finale (“Allegro vivace assai”) non offre similari fervori o peculiarità ideative, ma si dipana lungo una logica motivica brillante e gaia, forse connessa alla tipicità particolare della struttura del “rondò-sonata”.
Le aggettivazioni inizialmente espresse e riferite all’interpretazione, che Radu Lupu ha letteralmente elargito sia al capolavoro mozartiano sia agli astanti, dovrebbero accrescersi d’altri e più significanti termini: è, di contro, più rilevante attribuirvi uno spirito e un’impronta di suggestiva compenetrazione, quasi l’artista abbia raffigurato e, soprattutto, associato l’atto esecutivo a quello ideativo, cercandone nei tasti della memoria sia l’empito improvviso sia l’afflato ispirativo, ben coadiuvato e assecondato dalla sensibilità e dal gesto direttoriale di uno straordinario Luisi. Anche nel bis, concesso dopo intense acclamazioni, il pianista rumeno ha saputo ricreare una perfetta simbiosi demiurgica fra l’autore e l’interprete: era come se lo stesso Brahms replicasse l’“inventio” del suo sublime “Intermezzo” op. 117 n. 1.

Nella seconda parte la poderosa immanenza della “Sinfonia n. 4” in mi bemolle maggiore “Romantica” di Anton Bruckner: composta inizialmente nel 1874, anche tale opera subì l’onere e il gravame di un faticoso lavoro creativo e di successive revisioni (caratteristici, del resto, delle sue prime cinque “Sinfonie”: due versioni per la “Prima”, tre della “Seconda”, tre della “Quarta” e due della “Quinta”), indice o indizio di una sofferta natura compositiva, quasi ai limiti di una esasperata e autocritica ricerca espressiva. L’abituale e ormai consolidata versione del 1878-80, ormai acquisita nella prassi esecutiva, pur ponderosa, elimina le primigenie prolissità e i conseguenti sviluppi abnormi e rivela una maggiore organicità nella struttura dei suoi classici quattro movimenti: 1. “Bewegt, nicht zu schnell” (“Mosso, non troppo veloce) – 2. “Andante quasi allegretto” – 3. “Scherzo. Bewegt” (“Mosso”); “Trio: Nicht zu schnell” – 4. “Finale: Bewegt, doch nicht zu schnell (“Mosso, ma non troppo velo-ce”).

Senza addentrarsi in dettagli analitici sulle architetture dei tempi, ritualmente in linea con una tradizione echeggiante l’ultimo sinfonismo beethoveniano, quel che si evidenzia generalmente risiede nella esile pregnanza tematica, mai particolarmente incisiva o tale da imporsi all’ascolto con veemente attrattiva. Nel primo movimento certamente ammaliante e seduttivo si disvela l’esordio del corno, quasi un’evocazione d’un faticoso risveglio, ma il primo tema tarda a esprimersi, forse gravato dal “crescendo” di squilli e richiami: dipoi quasi esplode in tutta la sua suadente ridondanza e sovrabbondanza. Il contrasto del secondo è fin troppo marcato: piacevole forse ma frivolo nei tratti e non foriero di possibili espansioni fraseologiche, che investono prevalentemente le maggiori potenzialità dell’antecedente fase espositiva. Quel che evoca il contesto musico-letterario – secondo quanto indicato programmaticamente dall’autore – è tratteggiato in scenari avvolti nelle nebbie medievali, “romanticamente” e “wagnerianamente” allusivi e suggestivi.

Diversamente, nell’“Andante” la magia si stempera e gradatamente s’esaurisce, poiché prevale il nostalgico incedere d’un possibile funereo corteo, contrastato soven-te da reboanti innodie di ottoni e da subitanee rarefazioni timbriche. Lo “Scherzo”, invece, si riappropria di guerresche e venatorie fanfare, mentre il “Trio” ricorre alla rusticità danzata del natìo Ländler. Discontinuo e nebuloso il “Finale”: riassume temi già intesi, articola recitativi in unisono, s’avvale di abili contrappuntismi, alterna sonorità disadorne e magniloquenti, e, solo nella parte terminale, obnubila la discontinuità inventiva mercé l’ausilio o il soccorso di quel citato, evocativo e coinvolgente esordio.<img src="http://www.focusitaly.net/wp-content/uploads/2015/12/Concerto-del-12-dicembre-foto-4-2-300×200.jpg" alt="" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-23412"
La contenuta sintesi operata non dissimula l’obiettiva difficoltà esecutiva (e, naturalmente, interpretativa) di una partitura aggrovigliata e complessa: l’orchestra ceciliana, sempre perfetta nelle sue sezioni, ha potuto fornire e mostrare una performance maiuscola in virtù di una direzione che ha restituito logica e coerenza alla “Sinfonia” bruckneriana, adornandola di una valenza musicale che ne ha travalicato i contenuti medesimi. Fabio Luisi, dopo il sublime Mozart, ha “sublimato” il compositore austriaco, coinvolgendo ed emozionando un pubblico che lungamente l’ha applaudito e osannato.